SCIOLTO PER INFILTRAZIONI
MAFIOSE IL COMUNE DI...
di isolapulita





Una Donna il suo gioiello più prezioso non lo indossa, lo mette al mondo. Gramellini




Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.





"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).





 

lunedì 21 giugno 2010

Rapporti con gente di mafia. Si può criticare

Rapporti con gente di mafia. Si puo' criticare Schifani
di Marco Travaglio - 20 giugno 2010
Si puo' dire che Schifani aveva rapporti con gente di mafia, ma non che potrebbe subentrargli un lombrico o una muffa.




Due anni fa Renato Schifani veniva eletto presidente del Senato. In due articoli sull’Unità e in due programmi televisivi, “Crozza Italia” e “Che tempo che fa”, ricordai le sue frequentazioni con personaggi poi condannati per mafia e le sue consulenze per il Comune di Villabate sciolto per mafia. Nel programma di Fazio osservai anche lo scadimento della classe politica italiana per spiegare l’ascesa di uno Schifani alla seconda carica dello Stato, e mi concessi una battuta: “Mi domando chi verrà dopo… in questa parabola a precipizio… cioè dopo c’è solo la muffa, probabilmente… il lombrico, come forma di vita”. Quando Fazio si dissociò, scherzai ancora: “In effetti, dalla muffa si ricava la penicillina, quindi era un esempio sbagliato…”.. Successe un putiferio, ovviamente perché avevo osato accostare il neopresidente del Senato a vicende e personaggi mafiosi, non certo per quel paio di battute. Fui attaccato da tutto il centrodestra e dal Pd (Finocchiaro, Gentiloni, Violante…), per non parlare di tutta la stampa di ogni orientamento.
Ci fu anche quell’“incidente” con Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Schifani annunciò querela poi, tanto per cambiare, promosse un’azione civile per risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, chiedendomi 1.750.000 euro in tutto.

L’altro giorno il Tribunale civile di Torino ha emesso la sentenza di primo grado: dovrò risarcirgli danni non patrimoniali per 12 mila euro più 4 mila di riparazione pecuniaria (meno di un centesimo di quanto chiedeva Schifani) per la battuta sulla muffa, il lombrico e la penicillina; mentre tutto il resto (compresa la “parabola a precipizio” della nostra classe politica che ha portato un soggetto del genere al vertice del Senato) è coperto dal “diritto di cronaca politica e di critica”. Cioè: la mia battuta è stata giudicata “satirica”, ma offensiva perché rivolta alla “persona” Schifani e non al “politico” Schifani (naturalmente io mi riferivo al politico, visto che la persona ho la fortuna di non conoscerla, ma il giudice ha ritenuto diversamente e pazienza); invece tutti i fatti che ho raccontato sull’Unità, da Crozza e da Fazio erano veri e le mie critiche erano legittime, “ravvisandosi l’interesse pubblico alla conoscenza delle notizie narrate, la sostanziale verità delle stesse, la contestualizzazione dei vari episodi narrati e la continenza dell’esposizione”.

Non intendo commentare la sentenza, anche perché sono parte in causa. Preferisco pubblicarla, così ciascuno potrà valutarla e farsene un’idea. Trovo particolarmente interessante la risposta che dà a quei fresconi che mi avevano contestato il diritto di ricordare i rapporti di Schifani con certi personaggi solo perché quelli erano stati condannati per mafia “soltanto dopo” aver fatto parte della Siculabroker insieme a lui: “E’ noto – scrive il giudice – che le associazioni criminali di tipo mafioso riescono a realizzare il controllo del territorio attraverso l’inserimento di propri associati, o di fiduciari, nelle attività economiche legali, così realizzando una sistematica attività di infiltrazione nel sistema imprenditoriale dei territori da esse controllati. Tale circostanza non solo è ampiamente nota, ma non è neppure ignorabile da soggetti nati ed operanti da sempre in quel medesimo territorio”. Altrimenti dovremmo pensare che, per fare un solo esempio, Michele Greco, il boss della Cupola detto “il Papa”, o i cugini Salvo vadano considerati mafiosi soltanto dal 1984, quando Falcone li fece arrestare, mentre lo erano dalla notte dei tempi.
“Conseguentemente – prosegue il Tribunale – a maggior ragione, deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Quanto a ciò che avevo scritto e detto, scrive il giudice che le mie “affermazioni non avevano per oggetto la mafiosità dell’attore (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni (che sono un fatto)”. L’”attore”, naturalmente, è il senatore Renato Schifani che ha promosso la causa contro di me (il “convenuto”).

Il quale, scrive sempre il giudice, ha detto ripetutamente il falso nell’atto di citazione contro di me: “Non corrisponde a verità che il convenuto non abbia evidenziato che l’attore aveva sostanzialmente contestato il contenuto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Campanella…” ed “è altresì infondata la doglianza dell’attore secondo cui il convenuto non avrebbe evidenziato che quanto asserito dal Campanella sarebbe stato appreso da terzi e quindi non fonte di cognizione diretta”; e “non coglie nel segno” neppure quando mi accusa di aver confuso l’amministrazione di Villabate sciolta per mafia nel 1998 con quella di cui era consulente Schifani fino al 1996, “posto che nell’articolo si dice chiaramente che fin dal 1996 l’on. Schifani era stato eletto in Parlamento, con conseguente cessazione dell’incarico per il Comune di Villabate. Inoltre, sebbene i componenti del Consiglio comunale fossero stati rinnovati a seguito delle elezioni del 1998, è però altrettanto vero che i vertici del Comune non erano mutati, essendo nuovamente rieletto Sindaco Giuseppe Navetta, determinandosi così sostanzialmente una continuità con la precedente amministrazione”.
Ho dunque appreso con un certo stupore della soddisfazione espressa da Schifani tramite i suoi legali per la sentenza del Tribunale di Torino. Ma chi si contenta gode. Da oggi si può dire che la seconda carica dello Stato ha avuto rapporti con gente di Cosa Nostra, ma non che il suo successore potrebbe essere un lombrico o una muffa. Questa battuta mi costa un po' cara, ma ne è valsa comunque la pena.

DOCUMENTO La sentenza di primo grado del Tribunale di Torino

Tratto da: voglioscendere.ilcannocchiale.it


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